Una vicenda drammatica che mette ancora una volta in luce i gravi rischi legati alla malasanità.
Una donna è deceduta dopo un intervento chirurgico al cuore che, secondo quanto emerso in sede giudiziaria, non era necessario né correttamente motivato. A distanza di tre anni dall’operazione e dopo un lungo calvario fatto di ricoveri, complicazioni e disabilità, la donna è morta in una struttura di riabilitazione. Il Tribunale ha riconosciuto alla famiglia un maxi risarcimento di 700 mila euro, oltre al rimborso delle spese legali.
Tutto ha inizio nel dicembre del 2014, quando la paziente, dopo un primo accesso in ospedale per un malore, viene trasferita in un’altra struttura e successivamente indirizzata verso un centro specialistico per ulteriori accertamenti. In quell’occasione viene sottoposta a un intervento cardiochirurgico per la sostituzione della valvola mitralica con una meccanica. Un’operazione che, secondo i periti incaricati dal tribunale, non risultava giustificata né conforme alle linee guida mediche.
Il decorso post-operatorio è subito problematico: si rende necessario l’impianto prima di un pacemaker temporaneo, poi di uno definitivo. La paziente viene dimessa con una terapia farmacologica, ma le complicazioni non tardano ad arrivare. Nel 2015, a pochi mesi di distanza, le viene impiantato un secondo pacemaker. Poco dopo iniziano a manifestarsi episodi ischemici che portano la donna a sottoporsi a visite neurologiche specialistiche, fino al trasferimento in un centro riabilitativo.
Nel tempo, le sue condizioni peggiorano progressivamente: a fine 2015 viene riconosciuta come invalida totale con necessità di assistenza continua. Infine, nel gennaio del 2018, la donna muore in una struttura sanitaria.
I familiari, sospettando responsabilità mediche, decidono di intraprendere un’azione legale per fare chiarezza. Il processo, conclusosi recentemente, ha confermato le loro ipotesi: l’intervento chirurgico era stato eseguito in assenza di indicazioni cliniche appropriate e senza che la paziente fosse adeguatamente informata sui rischi e sulle possibili alternative.
La sentenza ha stabilito che la struttura sanitaria è responsabile delle sofferenze subite dalla paziente, riconoscendo la violazione delle buone pratiche mediche e delle linee guida in materia di trattamento cardiochirurgico. Il giudice ha condannato la struttura al risarcimento dei danni morali e materiali agli eredi.