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Massa, sangue infetto: maxi risarcimento da un milione agli eredi

Massa, sangue infetto: maxi risarcimento da un milione agli eredi

Una vicenda iniziata nel 1978 e conclusa solo oggi con una sentenza pesante per il Ministero della Salute. Una donna di Massa Carrara aveva contratto l’epatite C in seguito a una trasfusione di sangue effettuata durante un intervento cardiochirurgico. Negli anni, la patologia aveva provocato gravi conseguenze: prima una cirrosi epatica, poi una neoplasia al fegato. La donna è morta nel febbraio 2018, all’età di 65 anni.

A distanza di otto anni dal decesso, il Tribunale di Genova ha condannato il Ministero a risarcire gli eredi con una somma pari a 1 milione e 50 mila euro, oltre agli interessi e alle spese legali. Il risarcimento riguarda i familiari più stretti, tra cui marito, figli, nipoti e una sorella.


🟡 Dalla trasfusione alle malattie: ricostruita tutta la catena clinica

Secondo quanto accertato in sede giudiziaria, la donna era stata sottoposta nel novembre 1978 a un intervento presso l’ospedale civile di Massa, ricevendo nello stesso giorno e nel periodo immediatamente successivo diverse emotrasfusioni. All’epoca, però, i controlli sulle sacche di sangue non erano ancora adeguati, e numerosi pazienti contrassero infezioni.

L’analisi della documentazione sanitaria e la perizia medico-legale hanno consentito di stabilire una sequenza precisa degli eventi: la trasfusione è stata la causa dell’infezione da virus HCV; da questa è derivata la cirrosi epatica; la cirrosi ha poi portato allo sviluppo di un epatocarcinoma; infine, la malattia tumorale, aggravata dall’insufficienza epatica, ha provocato la morte.

Il tribunale ha quindi riconosciuto un nesso diretto e continuativo tra l’evento iniziale e il decesso.


🟡 La responsabilità del Ministero e la linea della giurisprudenza

Nella sentenza viene evidenziato che spettava al Ministero della Salute dimostrare di aver adottato, già nel 1978, tutte le misure necessarie per prevenire il rischio di infezioni da sangue contaminato. Questo non è stato provato.

Non è stata accolta nemmeno la tesi difensiva secondo cui l’ospedale di Massa, in quanto centro trasfusionale autonomo, fosse l’unico responsabile. Il giudice ha chiarito che tale circostanza non esonera il Ministero dai suoi obblighi di controllo e vigilanza.

La decisione si inserisce in un orientamento consolidato della Corte di Cassazione: nei casi di infezioni da virus come HCV, HBV o HIV contratte tramite trasfusioni o emoderivati, la responsabilità ricade sul Ministero, proprio per la mancata attività di prevenzione e controllo. Una linea che continua a produrre effetti anche a distanza di decenni dagli eventi.

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