L’Aquila, una diagnosi sbagliata, cure arrivate troppo tardi e conseguenze irreversibili. Si è conclusa dopo circa quindici anni la vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna della Asl Avezzano Sulmona L’Aquila al pagamento di un risarcimento che, tra rivalutazione monetaria e interessi maturati dal 2005, supera oggi i due milioni di euro.
La storia risale al 2005. Il bambino, di appena tre anni, viene accompagnato dai genitori prima all’ospedale di Pescina e poi al presidio ospedaliero di Avezzano dopo aver manifestato sintomi preoccupanti: febbre alta, stato soporoso e forte cefalea. Nonostante il quadro clinico, i sanitari formulano una diagnosi di infezione virale, sottovalutando la gravità della situazione.
In realtà il piccolo è affetto da una meningoencefalite tubercolare, patologia grave che richiede un intervento immediato e cure specifiche. La diagnosi corretta arriva solo dopo alcuni giorni, quando viene disposto il trasferimento all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. A quel punto, però, la malattia ha già provocato danni neurologici permanenti. Le conseguenze sono devastanti: una tetraplegia irreversibile che compromette definitivamente l’autonomia e la qualità della vita del bambino.
La famiglia decide di intraprendere un’azione civile per ottenere il risarcimento dei danni. Nel 2012 il Tribunale di Avezzano riconosce le responsabilità dei sanitari dei presìdi di Pescina e Avezzano, condannando l’azienda sanitaria al risarcimento in favore del minore e dei suoi familiari.
La Asl impugna la sentenza davanti alla Corte d’Appello, che in un primo momento riforma la decisione ritenendo non pienamente dimostrato il nesso causale tra le omissioni mediche e l’entità dei danni riportati.
La vicenda approda quindi alla Corte di Cassazione, che annulla la sentenza d’appello e dispone un nuovo esame del caso. Nel giudizio di rinvio viene effettuata un’ulteriore consulenza medico-legale, che conferma le responsabilità professionali nella fase iniziale della diagnosi.
Nei giorni scorsi è arrivata la pronuncia conclusiva: confermata integralmente la condanna e rigettato l’appello dell’azienda sanitaria. Con l’aggiornamento degli importi e gli interessi maturati in quasi vent’anni, il risarcimento complessivo supera i due milioni di euro.
Una sentenza che chiude una delle vicende sanitarie più dolorose degli ultimi anni in Abruzzo, riconoscendo sul piano civile le responsabilità per un errore diagnostico che ha segnato per sempre la vita del bambino e della sua famiglia.